Sveglio. Di nuovo. Un nuovo giorno, un caffè vecchio. Ed il sospetto, che nelle ore si trasformerà in evidenza, che la giornata sarà maledettamente uguale a quella precedente. Una catena da spezzare. Un limbo dove aspetto di essere risvegliato. Gli indifferenti. Che alla fine non lo erano nemmeno loro, figurati io. Qualcosa da fare ma cosa. 

Vengo diretto dalla disperazione della notte. Sotto le coperte le certezze che mi attanagliano, forti da togliere il fiato, circondate dalle indecisioni. La notte non si scaccia. Sei da solo contro i demoni della tua testa, non c’è rumore, la quiete della resa dei conti. Tachicardia. E’ tutto sbagliato. Era l’unica cosa da fare. Che cazzo ne so, lasciatemi in pace. Voglio tutto. Non merito niente. Sono un martire. Pressione bassa. Umore instabile. Tra qualche giorno dovrei lavarmi i denti. Non sono un cazzo di esistenzialista perché sto qui. SCROLLATEVI DI DOSSO, polveri. Sono di marmo, sono stanco e sfinito. Sono di morfina e sogno di dormire. Voglio una barba impermeabile agli umori fatta di fili di indifferenza. Bramo e pretendo una versione dogmatica di un vaffanculo urlato.

Perfavore fateli smettere. Voglio cattiveria, ho bisogno di odiare, uno strato catramoso nero come la notte che ricopra tutto, che mi stravolga, che canalizzi tutto me stesso verso una direzione. Pece, Pece copre la vita. Odio è vita, odio è testosterone, odio è umanità, è vita. Pece e odio. Voglio la vita, voglio sbattere la testa, voglio smettere di annientarmi, ho bisogno dei miei istinti, ho bisogno di smetterla di dormire.

Datemi sangue che pompa nelle vene, voglio degli odori che non mi facciano pensare, ho bisogno di conquiste, di puntare la mia bandiera per autoaffermazione, ho bisogni ma poche opportunità, le opportunità si creano, datemi gli steroidi della volontà, andrò al mercato nero per annientare i pensieri scomodi e trasformarli in istinti. Di morte, di rifiuto, di degrado. Oddio i brividi sotto le ascelle, salgono fino al collo. Il sole di fuori, qui non entra. Sono stato addestrato per star male una vita intera, mi hanno meticolosamente addomesticato, i sentimenti non fanno parte dell’uomo, ce li siamo costruiti e imposti.  Anni e anni di training duro, estremo e preciso. Cecchino dell’annientamento. Misantropia, sei la spinta propulsiva. Siamo talmente intrecciati con l’artefazione da non accorgercene neanche. Contraffazione sintetica. Artificiosità anche nell’ordinarmi il caffè, artificioso il consumarlo, artificioso il pagamento dei dischetti di metallo che tintinnano nelle tasche. Sparite. Sparisco. Sparo.


Di nuovo la pelle d’oca. Ora fondo il nuovo esistenzialismo, quello dei brividi mentre scrivi al computer, quello delle droghe sintetiche e della techno, quello dell’iphone mentre whatsapp suona. Buone nuove. Nuove. Nessuna nuova. Over.
Un'immensa scritta vendesi
Corollario
Di un materialismo
Che non può più esistere.

Libero arbitrio
E' non pagare l'iva.

Alina... E di quando 3 anni fa decise di imparare a volare...


Me ne  andrò con un salto mortale… e via tutte le esegesi sul termine genocidio e sterminio, a volte non c’è bisogno di pensare in grande, a volte ce n’è bisogno ma  non se ne trovano le forze..
Ti penso e forse più lo faccio più penso di amarti, amo l’idea dei tuoi gesti che sempre più idealizzo nella mia mente, amo la tua figura che immagino perfetta e fluida, contornata dal mondo che però rimane sempre un po’ sfuocato, ad evidenziare il fatto che non ti appartiene...

Forse tutti lo pensano, di certo nessuno lo dice e si pronuncia, evidentemente il politically correct non è mai stato il mio forte perciò ti dichiaro che per me invece sei un chiaro esempio, un emblema di vita, un pattern perfetto composto dalla tua pazzia mentale, dalla pazzia delle tue azioni, della tua esistenza, delle tue scelte, e della tua fine. Fine che hai deciso di concederti, che evidentemente hai desiderato come chiusura di quella tappa di esistenza chiamata vita, e che avevi perfettamente pianificato. Naturalmente intendo il termine pazzia nel migliore dei modi questa si possa intendere.

Sei una rockstar, sei una leggenda, sei una storia breve, sei un romanzo infinito, sei un film, un colossal o un cortometraggio noir, non importa, scegli quello che ti è più consono, meno lineare e ti si adatta meglio.
Avrei voluto parlarti, conoscerti a fondo, avrei voluto far l’amore con te, avrei voluto arrampicarmi con te fin sui tetti delle fabbriche, o fin su alla cima del gasdotto. Ma sono troppo codardo, e anche avendone avuta l’occasione, non penso ti avrei seguito. Avrei voluto drogarmi con te e dialogare sull’infinito, sulla vita, avrei voluto star male al tuo fianco, avrei voluto mangiare e dividere i cheeseburgers scaduti sul retro dei macdonalds, avrei voluto avere i tuoi bubboni neri sul viso e sembrare lo stesso bellissima, come facevi te. Avrei voluto fottermene di tutto e di tutti, fare la vita più libera in assoluto, la più povera e la più ricca, ma te non mi avresti nemmeno degnato di uno sguardo, perché io non riesco ad eccellere, nel bene o nel male, proprio come facevi te.

Oggi di tre anni fa là fuori era freddissimo. Il cielo era grigio perla e l’aria leggermente offuscata da un principio di nebbia. Avevamo tutti gli occhiali da sole. Per difendere le nostre occhiaie della notte prima dalla luce mattiniera. Ah, tra l’altro, ieri ti abbiamo dedicato un brindisi, io e Paolo. Non avevamo 2 bottiglie, ma una sola, di Heineken. L’abbiam divisa. Saresti stata contenta. E la notte prima un altro. A Bologna. Sotto I portici. Io, Chiara e Stefano. Dicevo, stamattina la cerimonia è stata perfetta. C’eravamo tutti. Eravamo così stretti in noi stessi che il solo pronunciare qualche parola di circostanza avrebbe potuto ucciderci. O farci esplodere in un pianto, cosa che, ahimè, ai veri uomini come noi non è concesso. 

Tutti stretti tutti vicini tutti tristi ma tutti colorati, capelli colorati, cani colorati, giubbetti e rasta e creste colorate, exploited tamarri ravers poeti e clochard. Lacrime, fazzoletti. Tuo madre e tuo padre, fantastici. Tua sorella forse anche di più. E c’erano le tue foto dappertutto. Come una rockstar, pronta a firmare autografi. Uscendo, c’era un libro. Non so per cosa servisse, non le so fare queste cose io e odio qualsiasi genere di celebrazione. Ci ho scritto la frase più idiota che mi è venuta in mente, nella mia mente gelata dalla mattina e dalle emozioni di quel momento. Ma anche la più vera. Ci ho scritto:”Arrivederci, we’ll miss u.”.

Limbo. O come se fosse. Indaffararsi per non trovarsi a tu per tu con sé stessi. Dimmi, quante volte ti capita. Involontariamente, purtroppo. Immagini che riaffiorano dopo la mareggiata.

Passo il tempo a riattizzare il fuoco della stufa.

Ai giudici, direi di non pensar male. Trattasi infatti di espressione simbolica: il fuoco che si spegne esige lavoro per essere ravvivato, esige legna da ardere, e la vuole in piccoli ma costanti blocchi in modo da poterla bruciare meglio. La legna secca e piccola brucia forte e velocemente. I saggi blocchi di albero che durano in eterno ma chiedono tempo e impegno per accendere il loro fuoco.

Cari giudici, lo so, è facile  e ormai inflazionato trovare nel fuoco qualsivoglia tipo di significato, ma allora avrò anch’io il diritto di dire la mia, tanto più ora che ho fatto della stufa la mia migliore amica?

addio anzi arrivederci, amico

Forse  è il caso di smetterla. Finirla di giudicare, abdicare la posizione da curato di campagna che etichetta gli avvenimenti faticosamente guadagnata negli anni. Forse è il caso di disabilitare i commenti, sui computer ma anche nella realtà. Forse l’origine dell’oggi troppo comune minuto di silenzio era proprio quella di evitare che si esprimessero giudizi sui fatti accaduti, per lo più tristi e di sicuro impatto.

Forse non si può entrare nella testa delle persone neanche se lo si desidera più di ogni altra cosa, forse bisogna prestare più attenzione invece ai contatti che di solito consideriamo routinari. Forse un giorno succede che quel che non abbiam preso non tornerà mai più, che le occasioni saranno perse, e che non si potrà più rimediare.

Forse il nostro egoismo ci lascerà con un palmo di naso, spiazzati come il portiere di una serie infima, magari in Sudamerica. 

E non sapremo mai cosa abbiam perso, ma sapremo di certo che perso lo abbiamo. 

Forse. Forse un cazzo però.

Improbabile, quando e se vi pare


Ho paura. Una paura quieta e non manifesta, ma ce l’ho. Ti temo, piccolo sottile foglio bianco. Mi guardi, mi scruti da ogni angolatura, lo so lo sento, come gli occhi delle foto dei morti, al cimitero.

Da piccolo mi facevo tutto figo e mi mettevo il gel, per andare al cimitero. Ero convinto che tutti mi guardassero, che tutti fossero interessati alla mia figura di piccolo dandy e alle mie scarpe da tennis nuove, quindi camminavo circospetto, ma un po’ egocentrico, e mi voltavo pure di scatto, per sorprendere quella morticina lì della mia età guardarmi e commentare la perfetta attaccattura dei miei pantaloni verdone alle nike nuove di pacca. Magari ne avrebbe parlato con le altre morticine del cimitero, quando il pomeriggio sarebbe calato lasciando posto alla sera. Macabro, certo, ma anche naturale e fresco come i pensieri di un bambino, che sa che la morte fa parte dell’esistenza tanto quanto la vita, perchè è da poco passato dal nulla alla realtà, e non ha avuto il tempo di dimenticarselo e averne paura.

Il foglio mi spaventa perchè è terribile come lo specchio di una profumeria, dove profondità e giochi di luce sono creati ad hoc per evidenziare le imperfezioni dei clienti, farli sentire umani, decadenti, bisognosi di acido ialuronico e vitamine della frutta, che invece che dalla frutta bisogna assorbirle con le cremine.

Quel foglio lì lo sa che prima o poi dovrò affrontarlo. Mi aspetta, calmo e sicuro di sé come una gatta viziata sul divano più bello. Io, dal canto mio, non posso far altro che procrastinare, evito di ascoltare il minimo richiamo al dovere, scivolo via lontano, sorvolo la porzione di scrivania da dove mi osserva come fosse contaminata.

NON VOGLIO GUARDARMI DENTRO. NON VOGLIO OSSERVARMI. NON VOGLIO SAPERE CHI SONO DIVENTATO.

Ma lui ride come un matto. Bastardo. Cazzo ridi. Le risate fuori luogo mettono i brividi. Chi ride quando non ce n’è motivo è uno spostato. Saresti capace di tutto. Ma rimani lì.

Spengo la luce. Lui è ancora lì che mi aspetta. Il tempo mi scorre addosso come carta vetrata. Afferro le ginocchia e stringo i denti perché devo resistere
.
La cosa più improbabile a questo punto della vicenda, lo so bene, è la comparsa di un’erezione. Una potente, inaspettata, pomposa e inopportuna erezione. Sento i brividi di piacere attraversarmi le palle e salirmi fino al tronco trasformandosi in formicolii sparsi. Spalanco gli occhi, rattrappisco la mente e i suoi stupidi origami. “Fottiti ego, fottiti” dico mentre infilo la mano nei pantaloni e me lo afferro. Lo stringo caldo e duro e provo piacere nel palpare la mia mascolinità.

Sprofondo nel mio mondo, a tu per tu con le mie fantasie più animalesche, sconfiggo qualsiasi pensiero razionale e mi cospargo di attimi necessari, attimi di fervide perversioni finché non vengo,  spossato, dopo aver cavalcato mille fantasie bagnate e torbide. Vengo e vengo e sembra non finire mai tanta era la frustrazione accumulata dentro di me, che ricaccio fuori in forma di perle bianche.

Rimango a contemplare le reazioni chimiche del mio cervello, occhi spalancati rivolti verso l’alto nel buio della stanza, il cuore che batte forte, l’eccitazione pompata a più non posso nelle vene. Sono stato con tutti e con me stesso, ho attraversato momenti passati  e futuri e schiacciato tutto con la fantasia. Anteposto fisicità a punti interrogativi. Ho gli occhi spalancati che scavano nel buio.

E da vero adulto, oramai, mi alzo in piedi sulle gambe ancora tremolanti. Avanzo lentamente verso il foglio bianco. Lo afferro deciso e guardandolo dritto negli occhi lo uso per pulire i liquidi residui della mia eccitazione. E Schopenhauer non me ne voglia, se lui non ci aveva mai pensato.

il bambino speciale


Mi chiamo Mario e sono un bambino speciale. La mamma e il papà me lo ripetono tutti i giorni sin da piccolino. Al mattino prima di prendere le medicine per i bambini speciali e alla sera prima di dormire.
“Mario, ricordati che sei un bambino speciale, non devi avere paura dal dottore, ti visiterà e farà tutte quelle domande  che ti sembreranno strane proprio perchè sei così speciale” mi disse mia madre quando, a 5 anni, fui sottoposto alla prima visita per bimbi speciali. 
Qualche giorno prima avevo avuto un problema con il mio cane, ma io non ricordo niente. Il mio cane si chiamava Buck, come quello de il richiamo della foresta. Mia mamma mi leggeva quel libro prima di dormire, e a me era piaciuto tanto tanto. Il mio cane aveva il pelo lungo, morbido e rossiccio. Le orecchie però erano nere. E poi Buck aveva il sangue molto molto caldo e anche cosi’ denso che sembrava marmellata. Quando ha avuto l’incidente io dormivo quindi non ricordo niente. Quando poi mi sono svegliato lui era sul mio letto con tutto il sangue che gli scendeva sulle coperte. La mamma poi è entrata e si è messa a urlare, ma io l’ho subito tranquillizzata che tanto le coperte si lavano e non bisogna mica ricomprarle. Ma la mamma non smetteva di urlare e mi ha chiesto cosa era successo e io le ho risposto come facevo a saperlo io che dormivo. Poi mi ha chiesto di nuovo urlando come mai ci fosse un cacciavite sul letto con me e Buck e io le ho risposto che non sapevo neanche questo, come facevo a saperlo io che dormivo. Poi la mamma si e’ avvicinata di più e Buck stava buttando ancora sangue molto molto caldo e allora si è rimessa a urlare e a chiamare il papà che poi è arrivato anche lui e aveva una faccia molto strana e seria e forse, ho pensato, era preoccupato per il lavoro. Qualche volta il papà è preoccupato per il lavoro e allora grida alla mamma e non vuole mangiare e dice sempre le parolacce a un certo Dottor Flamini che lavora con lui ed è il suo capo. E allora io gli chiedo se il Dottor Flamini gli aveva fatto qualcosa e lui non mi risponde e rimane lontano dal mio letto con la stessa faccia di quando è entrato.

“Papà, il sangue di Buck è caldo”.

Papà non risponde e la mamma lo guarda e piange, piange tanto.

Qualche giorno dopo il dottore mi ha visitato facendomi tante tante domande a cui mi è piaciuto rispondere, lui era molto interessato ai miei giochi e ai cartoni animati che mi piacevano. Ero molto felice perché ai miei genitori non interessa mai starmi a sentire, loro hanno i problemi del lavoro e gli amici e la spesa e la casa a cui pensare. Invece quel dottore lì non voleva proprio dimenticarsi niente perché scriveva tutto in un quaderno e quando non ricordava qualcosa mi chiedeva di ripetere. Quando sono andato via ero contento e il dottore mi ha regalato un lecca lecca grande alla fragola ma i miei genitori invece avevano una faccia strana e io ho pensato che era di nuovo il lavoro e che allora quando crescevo il Dottor Flamini lo ammazzavo sicuro, così mio papà poteva essere di nuovo felice e la mamma anche perchè il papà non le avrebbe più gridato contro. E più ci pensavo più avevo voglia di ammazzarlo subito quel signore, anche se ero piccolo, perché dava fastidio al mio papà e non lo faceva essere felice e io volevo fargli uscire tanto sangue caldo caldo come quello che Buck aveva buttato sul mio letto e poi volevo farlo urlare e ho iniziato a tremare e a urlare anch’io e poi.. Buio.

Ho dormito ancora una volta senza volerlo, per strada, prima di arrivare alla macchina mentre il papà e la mamma cercavano di svegliarmi perché per dormire c’è il letto e non la strada e non sta bene ed è sporco perché ci sono i batteri e le macchine che passano che sono pericolose. Una volta ci ho anche visto un signore molto strano e puzzolente che ci faceva pipì  sulla strada davanti a tutti  e mio papà mi ha detto che si chiamava signor Barbone. A me quel signor Barbone alla fine stava pure simpatico perché faceva pipì dove voleva io invece ogni volta dovevo tenermela e star male fino a quando tornavamo a casa. 
Poi ho aperto gli occhi e c’erano il papà e la mamma con le facce ancora preoccupate che piangevano e mi chiedevano perché avevo detto quelle brutte cose sul Dottor Flamini e anche perché avevo urlato e raccolto da terra i sassi  che volevo tirargli al Dottor Flamini anche se lui non c’era ma io gli ho risposto che dormivo invece perché ero stanco di tutte le domande del dottore e delle visite e che magari il Dottor Flamini lo ammazzavo quando sarei diventato più grande perché ora non ce l’avrei fatta di sicuro.
Durante il viaggio per tornare a casa la mamma e il papà non dissero più nulla e invece un po’ piangevano e io non capivo proprio perché non cambiano lavoro se gli deve fare quest’effetto.

Da quel giorno sono diventato un bambino speciale però non ricordo più niente perché intorno a me tutto ora è ovattato e calmo e qualche volta ci vedo anche poco ma non mi importa perché sono sempre felice e non ho neanche più voglia di ammazzare il Dottor Flamini. Ogni mattina appena mi sveglio la mamma mi da le medicine che mi fanno bene e mi ripete che sono un bambino speciale. Anche se a scuola gli altri bimbi mi dicono che sono stupido e lento e ci metto come una tartaruga per fare ogni cosa a me non importa e sono sempre felice lo stesso.  La mamma non mi lascia mai solo ora, non va più al lavoro e sta tutto il giorno con me. Andiamo a fare la spesa e io posso salire sulla macchinina per i bambini al posto del carrello e facciamo i giri per comprare tutte le cose che servono a casa e i giri sono lunghissimi e a me sembra di guardare un film perché tutto mi scorre davanti come al cinema anche se posso toccare tutto quanto ma non lo faccio perché così è più bello perché così è tutto perfetto.
Quando torniamo a casa lascio la macchinina del supermercato e salgo sulla nostra macchina che profuma sempre di deodorante perché la mamma ci tiene perché con il profumo la mamma è contenta. La mamma dice sempre che la macchina rispecchia la casa, chi ci ha una macchina pulita ha una casa pulita e quindi non si può mangiare in macchina e se dobbiamo mangiare la mamma si ferma al parco dove io mi siedo sulla panchina e mangio il pane col salame. Ai giardinetti ci sono sempre gli altri bambini e alcuni sono della mia classe e mi salutano solo perché sono con la mia mamma altrimenti non mi avrebbero salutato anzi mi avrebbero chiamato stupido lento bambino tartaruga. Ma a me non importa perché la vita è come un film e io mi diverto a guardarlo mentre mangio il panino col salame.
Ogni mattina la mamma mi accompagna a scuola dove ad aspettarmi c’è Ernesto che è il mio insegnante personale perché io sono un bambino speciale. Nessun altro ha un insegnante personale e perciò i miei compagni sono tutti invidiosi e dicono che io ce l’ho perché sono uno stupido lento bambino tartaruga e se Ernesto li sente li sgrida tutti quanti e comunque io lo so che ho un insegnante personale perché sono speciale e la mamma me lo ripete tutte le mattine quando mi da le medicine.
L’anno scorso avevo 7 anni e per la prima volta una bambina mi ha parlato. Quel giorno la mia mamma doveva venire a scuola a portarmi le medicine perché a casa erano finite e nessuno se ne era accorto. Il papà aveva detto che per una volta che non prendevo le medicine non succedeva nulla e che comunque la mamma me le avrebbe portate a scuola quindi di stare tranquillo. Era quasi ricreazione e Ernesto mi aveva detto di aspettarlo un attimo che andava al bagno poi avremmo mangiato qualcosa insieme. Io comunque lo sapevo che Ernesto era andato a telefonare alla sua fidanzata perché aveva la faccia nervosa e quando aveva la faccia nervosa era perché la sua ragazza lo faceva arrabbiare. A lei piacevano anche altri fidanzati perciò Ernesto era spesso triste e nervoso.
Al suono della campanella Chiara mi si era avvicinata. Chiara era una bambina un po’ grassa con tanti brufoli e i capelli unti come se non li lavasse neanche la domenica. A volte gli altri bambini la prendevano in giro quando non prendevano in giro me e le dicevano che era brutta e che mai nessun marito la vorrà mai e poi mai e lei piangeva e piangeva. A me era simpatica perché tutti la scherzavano proprio come me e poi lei lo voleva veramente un marito perché disegnava sempre la casa dei suoi sogni con suo marito e i suoi bambini.

Chiara quel giorno si ferma davanti a me. Quella mattina a scuola c’è Chiara che mi guarda attraverso i suoi occhiali grandi e tondi dalla montatura rossa. Chiara che  mi saluta e dice “Ciao Mario come stai oggi?” mentre io stavo fissando la sua tuta fucsia delle Winx.
“Sto molto bene grazie. Ernesto è andato al bagno” rispondo alla Winx nel mezzo della maglietta.
“E tu Mario vuoi venire al bagno con me, come fanno quelli di quinta?”
E io che penso che al bagno non ci devo mica andare che mica mi teneva, e poi Ernesto vuole sempre accompagnarmi perché dice andare al bagno da soli non va mica bene, e poi chi mi passa la carta igienica.
“Io non...” ma a quel punto Chiara mi aveva già preso la mano e io ho pensato che la sua mano era grassa e sudaticcia e probabilmente puzzava anche un pochino però mi stava trascinando in bagno ed io ero contento che una bambina finalmente mi avesse parlato e allora non dissi nulla.

E nella mia testa eravamo già fidanzati ed era come se io lavorassi e lei mi aspettasse a casa tutte le sere per darmi il bacio del buonritorno e cucinarmi il cibo ed eravamo troppo innamorati come lo erano la mia mamma e il mio papà prima dell’incidente di Buck. Sì perché io non ricordo molto perché ero piccolo ma ricordo che il papà abbracciava sempre la mamma ed erano contenti e si davano i baci sulla bocca e qualche volta il papà faceva il solletico alla mamma che scappava via come una matta urlando e ridendo e io li inseguivo piano piano perché ero piccolo eppoi finivamo tutti abbracciati sul divano grande il divano della sala. La mamma ed il papà erano innamorati proprio come me e Chiara che mi tiene la mano.

Ora siamo arrivati al bagno dei maschi dove vanno tutti i bambini più belli insieme alle femmine per darsi i baci sulla bocca come si vede nei film della televisione. Chiara si ferma davanti alla porta, mi guarda. Io anche la guardo ed è bellissima come un’attrice e ha il vento tra i capelli e anche il sole addosso e sento anche una musica di sottofondo proprio come un vero film. Sono in un film e questa volta sono un attore anche io.

“Certo che sei veramente lento, anche a camminare. Ci credo che ti chiamano il bambino tartaruga”.

Chiara. Chiara mi dice queste cose. Ma allora non siamo innamorati. Chiara mi tratta male. Chiara pensa che sia stupido e lento. Chiara non mi ama più. Chiara mi odia. Chiara.
Entriamo nel bagno e io non ce la faccio a dire che non voglio perché lo so che non siamo innamorati e non ne ho più voglia e voglio stare con Ernesto dov’è Ernesto ma le parole non mi escono dalla bocca e stiamo entrando nel bagno dei maschi dove io sono stato solo insieme ad Ernesto mai con una femmina non so che fare non lo so.

Chiara ti odio.

La porta del bagno si chiude dietro di me ma dentro ci sono tutti i miei compagni e anche le femmine che succede perché ci sono tutti i miei compagni.
Tutti i miei compagni sono nel bagno. Tutti i miei compagni stanno ridendo di me. Tutti i miei compagni e anche Chiara mi indicano ridendo.
“Scherzetto, stupido lento bambino tartaruga, stupido lento bambino tartaruga!” tutti in coro. Anche Chiara mi prende in giro: “Che ti credevi davvero che venivo in bagno con te? Come fai ora senza paparino Ernesto che ti difende piccolo stupido lento bambino tartaruga?”

Li odio. Diventa improvvisamente tutto rosso e vedo le stelline. Odio odio odio. Devo urlare. Urlo. AAhaaaaaaahhhhhaaaaaaa. Aaaaaaaaaahhhhhhhhhh!!!!!!

Nessuno ride più ora e io sono fortissimo come Terminator e afferro Chiara per i capelli e gliene strappo un milione. Poi dormo. Dormo improvvisamente sul pavimento del bagno dei maschi.

Ho dormito di nuovo come era successo con Buck e dopo la visita dal dottore e mi hanno svegliato i bidelli che urlavano e c’era anche Ernesto che urlava e urlava ancora: “Che cosa hai fatto? Come hai potuto?” ma io non avevo fatto niente perchè dormivo perchè avevo tanto sonno e nello stesso momento arriva la mia mamma con il sacchettino delle medicine e sbarra gli occhi e urla anche lei e piange indicando Chiara.

Chiara che perde sangue come un fiume che scorre giù dalla montagna. Chiara che ha la testa spaccata contro i lavandini bianchi del bagno dei maschi e non si muove e guarda verso di me con gli occhi spalancati. Chiara che mi ha portato fino al bagno dei maschi ora non mi prende più in giro.
Gli altri bambini mi guardano spaventati senza piangere. Fanno un salto quando punto lo sguardo verso di loro e si abbracciano l’un l’altro. Ora non mi prendono più in giro e hanno paura di me come se fossi una delle tigri di Sandokan della figura che c’è nel sussidiario. La mamma scappa via dalla porta del bagno dei maschi mentre Ernesto le corre dietro per cercare di calmarla.

Io… Io non ho capito bene cos’è successo perché stavo dormendo.

Quando i confini diventano bianchi ALTRO è distante, sovraesposto, annulla i contorni e si allontana. Scappa e fugge come un gatto randagio, come un topo in trappola che scava nel suo bagaglio genetico in cerca della certezza della sua fine.

Imponiti e controlla te stesso. Io è il nemico più difficile da sconfiggere. ALTRO lo sa bene e se ne approfitta. Con liquida benevolenza ti affianca scrutando le tue reazioni. Si nutre di piccoli ma percettibili umori, veste la paura della sua vittima. Si confonde nel rossetto della ragazzina troppo giovane per saperlo vestire, risale i contorni del suo viso fino agli occhi vitrei animati dagli insetti dell’emozioni.

“Ciao, anche tu qui” lo sapevi benissimo. ALTRO non sopporta le ipocrisie. ALTRO non risponde e scruta gli occhi per penetrarli senza bisogno di materialismo. “Anche io qui, vuoi giocare?” il mondo si ferma e assiste alla conversazione stupendosi della propria morbosa curiosità.

ALTRO è contento, ALTRO adora le attenzioni. Un giorno senza che si interessino di te è un giorno perso. Platealità, recitazioni, performance, sguardi, profumi e calori. ALTRO si sveglia ogni mattina solamente per i suddetti. Si veste e trucca nella sua tana bianca candida come non esistono. Si guarda nei molteplici specchi di pareti, soffitto e pavimenti. Le angolazioni lo corteggiano, i corpi si moltiplicano nell’esercito di specchi a sua immagine e somiglianza. 

ALTRO esiste ed è tangibile come un blocco di cemento che ti sfonda lo sterno.
Un'agenda rossa, grande, maestosa, con carta di ottima fattura e pagine quasi tutte ancora da riempire.

Una ferita sulle nocche della mano destra, sangue rappreso, con sporco e nero non meglio definibile tutt'intorno.

Una biblioteca nuova e pulita , un po' impersonale ma accogliete.

Un gelato al limone per Paolo Conte.

Una connessione internet lenta come una moka napoletana a fare il caffè. La moka napoletana ha due fondi che devono essere posizionati a turno sui fornelli. La vita ha molti più fondi invece, come minimo 4.

Mi sono scoperto troppo, nei miei deliri. Mi sono vestito alla moda, specchiato, apprezzato e poi autografato. Sono l'autore di tutto questo mondo, ma non c'è modo perché te mi apprezzi.

Mi nutro di fastidio.

Darò tutto il mio amore a quella rana che l'altra notte attraversava la mia strada. Mi stava di certo aspettando, per poi attirare la mia attenzione. Sono sceso dalla strada e mi ha baciato, sperava diventassi un principe. E invece mi son trasformato nell'omino del gas. Controllavo che assolutamente non si verificassero perdite. La sicurezza e tutto il possibile per l'incolumità della mia rana. Lei delusa se n'è andata per la sua strada.
Quella ranocchia non ha capito il mio amore.


Senza nessuna ragione apparente

Quando ti ho vista la prima volta era dicembre. Giacca lunga, assolutamente non ricordo di che colore, sciarpetta forse, pelle candida, bianca, porcellana, sigarette da rullare, fumo che esce avvolto e sfumato nella condensa di signor Inverno. Quando ti ho vista la prima volta ho capito che non era la prima volta. Io ti avevo già vista. Però devo aver pensato che Inverno, addosso, ti stava meglio.

Vorrei parlare della tua estetica. Soffermarmi sulle labbra rosse accese che avevi quel giorno lì. Chissà, forse il freddo. O forse il rossetto. Fatto sta che non dimenticherò mai come sorridevi. L’espressione di quando mi hai visto. Le labbra increspate in un’allegria di cui ti sorprendevi te stessa. Notai tutto, e galletto distolsi lo sguardo, per non farti capire che io sapevo. Solo sulle scale di un palazzo il cui interno avevo fino a quel momento ignorato per i casi della vita, mi accorsi degli tuoi occhi, loquaci fino al punto di rivelarmi quello che la tua mente non aveva ancora ben accettato e la bocca non immaginava nemmeno. Devo aver fatto un bel salto, perché mantenere la dignità mi costò molta fatica e l’appello a quasi tutte le mie abilità. Parecchie, per la verità. Impersonai il la figura del duro, come mio solito, alzai probabilmente un piede sul muro per stabilizzarmi e impostai la voce. Roca, controllata, enfatica e di pochissime parole. Mi sentivo in un film ambientato a Bologna 20 anni fa, anacronistico come lo eri te nella tua giacca lunga e il cappello. E le labbra rosse. Bisognerebbe vivere d’estetica, di apparenza, di luci e abbinamenti di colori. Bisognerebbe. Quel giorno poi si trasformò in notte prima che lo volessimo. Il mio sguardo ti accompagnò sottobraccio mentre scendevi le scale. La mia coda dell’occhio ti seguì furtiva domandandosi quando ti avrebbe rivista. Mi sentii in un’indefinita cittadina francese di fine milleottocento, con la mente composi poesie per i giorni a venire.
C’è che in quest’ultimo periodo mi sento davvero molto rilassato. Sono sicuro che qualcuno di voi, fosse nella mia stessa situazione, si angustierebbe di brutto. Invece sento il sangue scendermi nelle vene fluido e perfetto e di sicuro esteticamente imbattibile . Per come sono rilassato. Da domani non avrò più un lavoro, di già non ho più donne tra i piedi e dall’inizio dell’estate non accendo facebook. Io, miei cari aficionados, per una volta mi sento realizzato. Realizzatissimo, nel non aver nulla, ben che meno desideri e/o ambizioni. Solo la forte, sudata, innata e protuberante spinta a sopravvivere. E non mi cagate il cazzo di come farò, il modo si trova, e comunque non mi interessa. Non dover rendere conto a nessuno, anche per un piccolo periodo. Sono libero fottutissimo mondo figlio di cagna.

Vi farò una foto da appendere al contrario, così posso ammirarvi a testa in giù penzolante dal letto. Farò la danza della pioggia ogni volta che sentirò caldo e del sole quando la pioggia mi avrà stancato. Scriverò poesie innamorandomi dei vostri occhi schifati. Penserò di continuo all’orario di chiusura dei supermercati perché una birra al bar, ahimè, non sarà più alla mia portata, tranne ovviamente nella serata del venerdì, dove alla balera cittadina fanno un gran baccano ed io vorrò esserci. Poi mi inventerò un viaggio, userò l’internet dell’università per pubblicare racconti anonimi che mai nessuno leggerà. Conoscerò tutte le alcolizzate signore frequentatrici del giardinetto, mia bettola cittadina del cuore, appunterò tutti i loro discorsi, tic, battute, commenti acidi e non. Scriverò tutto con dovizia e precisione accademica, senza alterare il mio cervello con vino paccato (mischiato a acqua o gazzosa o pompelmo), sarò un muto testimone del mio tempo, un antropologo sociale di mondi provinciali. Una volta fuori le immaginerò bellissime e invincibili, cancellerò con la mente tutte le venuzze rosse dei loro nasi e guance, donerò tono e rosee tinte alle loro carnagioni, farò di bacco l’enfasi vivace delle loro persone, invece del loro giustiziere silente. Mi innamorerò perdutamente di ognuna, le farò ballare e poi faremo all’amore su di un letto a baldacchino. Quindi uscirò di casa con un cappello usato trovato su di una panchina nel parco, accenderò il primo mozzicone adocchiato in terra e me ne andrò a puntare ai cavalli, oppure ad uno scontri di galli zuppi zuppi di ormoni. Me ne starò una mezz’oretta a piangere sui soldi persi e cercherò una cabina telefonica. Qui il flusso un po’ dovrà interrompersi, essendo le cabine in via d’estinzione, ne approfitterò per prender fiato. Una volta trovato un telefono pubblico telefonerò a qualche conoscente con comportamenti bizzarri, asociali oserei dire, che mi accompagni in lunghe passeggiate mute, lunghe ma non troppo perché il mio amico non varrà di certo sudare. E se non c’è nebbia, inventeremo anche quella.

Mi costringi a sognare quando invece vorrei un amaro digestivo


Mi distrai. Cazzo non te ne rendi conto. Come fai a essere così miseramente ottuso?! Come puoi pensare che una singola tua parola possa interessarmi e/o essere utile alla mia esistenza ? Ci sono delle cose nella vita che uno non potrà mai fare, ma che continuano a ronzarti nella testa finché il brusio non si trasforma in ultra decibel di ossessione. Tipo la scena di American History X  in cui un Edward Norton pompato, svasticato e skinhead prende la giovane faccia di un negro (scuserete il termine, è per rimanere in linea con il film, io adoro gli amici di colore e soprattutto le loro donne), la appoggia dolcemente a bocca aperta sullo spigolo del marciapiede e con un bel calcione anfibio dietro la testa distrugge, presumibilmente, la sua arcata dentale together with mezza faccia. Ecco, Il tuo sorriso da pulizia dentale sistematica nella mia testa si lega automaticamente con quella scena di quel film.  L’ostentazione di simpatia convenzionale ne rafforza i legami. Si linka, diresti  te. Ma muori ignobile essere, ribatterei io.

Tyler Durden era il tredicesimo apostolo. Proprio dopo Pisolo e Brufolo. Red Dragon è il nome della droga che ti fa diventare cannibale. Sì mamma e papà, tranquilli, si trova anche qui. Ne svolto un po’ poi vi avverto.

Dalle nostre partigli stimoli ci sono ma bisogna interpretarli. Balance of Power della provincia rurale. Pinco Pallino in inglese si dice John Doe. Darei un pankreas per chiamarmi John Doe. Esigerei un pankreas extra per chiamarmi Pinco Pallino. Questo dimostra inoppugnabilmente la superiorità della Common Law.

Io nella testa c’ho solo un milkshake di stronzate. E tanto amore. Da dare. Se bevo più di 3 negroni, ovvio.

Non c’è più religione. Per fortuna. E grazie a dio non sono credente.


Marseille



A Marsiglia ho imparato:

-Mai comprare il tabacco dopo il tramonto 
-Se non hai il gettone della lavanderia puoi metterti nudo a lavare i vestiti nelle piazze con fontana e possibilmente affollate
-I nudisti si arrampicano più agilmente e non soffrono di vertigini
-Il naturismo non ci farà sentire più liberi
-Dai a tutti del voi e metti un perfavre ogni 3 parole
-La scrittura irregolare e incerta a volte è affascinante
-Il pastis è tuo alleato e costa anche poco
-Anche i migliori anticorpi non resistono a 3 kebab di seguito
-Oltre al sapone, a Marsiglia anche il fumo è veramente buono
-Quant'è bello non parlare la lingua del posto in cui ti trovi, e quant'è brutto non parlare la lingua del posto in cui ti trovi
-E' opinione comune in ambito internazionale che le ragazze italiane siano le più difficili
-Puoi abbellire la tua tana come cazzo ti pare
-Ti ricordi ancora come ci si tuffa dagli scogli?
-Il degrado ben si mescola con lo sfarzo creando equilibrio
-Mettersi alla prova continuamente è un ottimo allenamento vita natural durante
-Le moto vintage spaccano, specialmente le TT anni '80
-Le bollette dimezzate reprimono la coscienza collettiva
-Le bici vanno legate telaio e ruota, altrimenti ti fottono l'uno o l'altra
-Dopo aver pensato a quanti ti precedono, pensa a quanti ti seguono

Il call center della giungla urbana

Ho troppo testosterone in circolo per essere infelice. Che il mattino non mi svegli carico di vita è un evento raro. Nella stessa maniera, la rabbia fuoriesce inaspettata e insperata nei momenti più disparati. Agisco per autodifesa e contrattacco, la competizione come afrodisiaco.

Voglio i tagli sulle sopracciglia, voglio essere ammirato per la mia vascolarizzazione invidiabile e l’intramontabile forza e entusiasmo. E non voglio donne tra i piedi, in mezzo alla mia vita e la mia gente. La caratteristica che la mia donna deve avere è la discrezione. Il mio corpo è macchiato dai tatuaggi. Devo tatuarmi ogni tot, per ristabilire il legame tra corpo e mente, per ricordarmi come sono. La mia faccia dall’espressione scazzata e gonfia per gli stravizi. Amo la disciplina, serve a superare i limiti ed essere ancora più estremi. Ammiro la scrittura volutamente sgrammaticata e viscerale, i controtempi in musica e le melodie più ostili, geometricamente complicate, mandala strumentali. Muovo la testa ma cerco nuove dimensioni, il nuovo che avanza è spesso già troppo vecchio, la dimensione 2D è surclassata da esperienze sensoriali sempre più complete e simili a visioni sciamaniche. Ritorno al passato, alla storia volutamente nascosta dall’artificiosa modernità. E’ sconveniente per un biohacker con tendenze visionarie. Cultura senza il bisogno di essere ostentata.

E’ bello e facile nascondersi tra le virgolette. Quando scrivo i miei pensieri su internet, sui social network, li riporto come fossero citazioni di qualcuno ben più importante di me. I “mi piace” e le condivisioni non tardano ad arrivare. Le più rosee aspettative sono superate. E’ più facile per la gente che ti conosce mostrare approvazione per un personaggio pubblico, piuttosto che per uno con le sue stesse origini. L’invidia è una brutta bestia. La persona comune si aspetta che un artista, un personaggio pubblico, sia una specie di personaggio soprannaturale che non dorme mai e mangia solo una volta al mese per creare. Il genio e il talento invece sono nel popolo, chi diventa famoso ha un’organizzazione di stampo capitalista alle spalle che lo spinge per diventare parte del mainstream se ne ha le caratteristiche. Amazon è un assassino di cultura anche se non lo da a vedere. Sotto le sue mentite spoglie di distributore globale di prodotti culturali uccide gli scrittori e gli artisti più piccoli e indifesi garantendogli solo il 10% dei ricavi della propria opera. Il resto sono per la distribuzione, la pubblicazione, la promozione del prodotto. E se fai lo stronzo piccolo autore alla tua prima pubblicazione ciao, noi l’opportunità te l’abbiam data. Geniale e perfidamente nascosto sotto gli occhi di tutti. La Feltrinelli si è costruita sul Gattopardo, rifiutato dalle altre case editrici, ma chiaramente non imparato la lezione dalla fortunata esperienza e se scrivi le parolacce che non sono mainstream allora ri-ciao. Così va il mondo. Al solito, meglio prendersi l’ombrellone al mare, che è più comodo e poi non si sa mai.

Attivismo o vandalismo. La linea del distinguo è sottilissima. I due concetti si intersecano. L’uno è organizzato, ma possono esserlo entrambi. Organizzati o fini a sé stessi. Mi piace chi si fa di adrenalina. Il Begbie di Trainspotting si faceva di “gente”. A me piace sbalordire le persone, avere il controllo sulle loro reazioni, immaginare i comportamenti sotto stress ed anticiparli. Management delle emozioni. Dovrebbero farci un corso di laurea. Io ne sarei il rettore. Ho studiato sulla strada io, niente fronzoli, nessun corso di laurea, quelli di psicologia me li mangio a colazione, li torturo li faccio piangere. Poca teoria e tanta pratica. Io sono fatto di esperienza, ambizione. Poi contano la sicurezza in sé stessi, il testosterone, l’ ipertrofia e la posizione della schieda. Il miglioramento del proprio fisico si ripercuote sulla mente. Resistenza allo stress, atermia, aumento del QI, incremento di ossigeno nel sangue, miglioramento di riflessi e prontezza. Ricerca e sviluppo del proprio essere. Le talpe da biblioteca puntano solo sulla conoscenza che è nulla senza strumenti di attuazione. Lo stereotipo generalizzato della tipa “bella ma stupida” è anche e soprattutto colpa delle cesse studiose. Le fighe è vero che difficilmente capiscono una mazza, ma le intelligenti acculturate difficilmente non hanno gobba e culo flaccido a mo’ di crepes alla nutella e mascarpone. Quindi è ora che vi prendiate le vostre responsabilità, siete nemiche della società e del progresso, casta intoccabile, rovina del mondo accademico e nemiche dell’estetica. Vaffanculo.

Free Blog Counter